Bruxelles fa decluttering e si prepara al futuro con l'Euro Digitale
Oggi parliamo di: l'UE scopre che le PMI non hanno un esercito di avvocati / L'euro digitale come contrappeso naturale al mercato.
L’EDITORIALE PW
Riflessioni su cybersecurity, privacy e sull’impatto sociale della tecnologia.
di Matteo Navacci, data protection & cybersecurity advisor, co-fondatore di Privacy Week
Bruxelles fa decluttering
Sembra che l’Unione Europea abbia deciso di fare pulizia.
Dopo anni di regolamenti stratificati, interpretazioni divergenti e stravaganti tra Stati membri e Autorità locali — e un caos giuridico sempre più indecifrabile per chiunque non abbia un dipartimento legale dedicato, arriva il Digital Omnibus: un tentativo di trasformare un labirinto normativo in un sistema più lineare, comprensibile e –sostenibile per le imprese europee.
L’intervento non nasce certo dal nulla, e prima ancora del rapporto Draghi era chiaro a chiunque lavorasse nel settore tecnologico che fosse necessario. Non a caso dedicammo la quarta edizione della Privacy Week (“PRIVAGEDDON”) proprio a questo tema.
Negli ultimi cinque anni, i legislatori del Vecchio Continente hanno superato se stessi: Data Governance Act, Data Act, Digital Services Act, Digital Markets Act, AI Act, Direttiva Open Data…e probabilmente altri che ora dimentico. Una produzione normativa incredibile, tanto che dall’altra parte dell’Oceano hanno iniziato a prenderci in giro: USA innovates; EU regulates.
Diciamolo pure senza paura, ci siamo lasciati prendere la mano.
Il risultato è stato un mosaico di norme, eccezioni e obblighi spesso ridondanti. Le PMI e le imprese di medie dimensioni lo sanno bene: la compliance normativa costa, e spesso più del beneficio immediato che quei dati – o quelle innovazioni – potrebbero generare.
Il Digital Omnibus prova a ribaltare la logica: “dalle regole ai risultati”. Questo è il motto scelto dalla Commissione Europea: semplificazione, interoperabilità, riduzione dei costi di conformità e rimozione degli ostacoli che rallentano l’adozione dell’AI europea.
Il motore di questa importante proposta di riforma è la Data Union Strategy, che individua tre problemi strutturali: scarsità di dati, complessità normativa e competizione globale sempre più aggressiva. Tre nodi che rischiano di soffocare l’ecosistema europeo proprio nel momento in cui l’AI generativa e l’AI agentica accelerano la domanda di dati a ritmi esponenziali. E noi, non serve dirlo, siamo decisamente indietro.
In questo contesto, l’Omnibus interviene consolidando quattro strumenti normativi in due soli regolamenti, il GDPR e il Data Act.
Scompaiono, inglobati e razionalizzati, il Regolamento sul libero flusso dei dati non personali (FFDR), il Data Governance Act e la Direttiva Open Data. L’acquis sui dati dovrebbe diventare così più coerente e comprensibile, riducendo l’incertezza interpretativa che penalizzava soprattutto le aziende più piccole.
La riforma tocca ovviamente anche aree sensibili come la protezione dei dati personali, con diverse modifiche dirette a GDPR e Direttiva ePrivacy. Ad esempio, le norme sui cookie vengono ricondotte al GDPR con l’obiettivo di ridurre la “fatica da consenso” e introdurre meccanismi più chiari, come l’obbligo per i siti web di rispettare le preferenze espresse via browser, nello stile adottato dal regolamento californiano per la protezione dei dati. Altre modifiche andranno a impattare la definizione stessa di dato personale, e le basi giuridiche per trattarli durante l’addestramento di AI e per le decisioni automatizzate.
Sul fronte della cybersecurity e dell’AI, l’Omnibus interviene indirettamente, facilitando l’armonizzazione degli obblighi che derivano da NIS2, Cyber Resilience Act, AI Act e altri strumenti settoriali. La modifica più rilevante sembra quella del meccanismo unico di notifica. Presto le aziende forse dovranno notificare incidenti e data breach all’ENISA, e non più alle singole autorità competenti a livello nazionale.
Oltre a questo, l'’idea è avvicinarsi a una compliance automatizzata, o quasi: il principio della “one-click compliance” si basa sulla creazione di requisiti verificabili dalle macchine. Le aziende potranno generare certificati digitali di conformità standardizzati e condividerli tramite strumenti come lo European Business Wallet, che diventa così un’infrastruttura chiave non solo per l’identità digitale delle imprese, ma anche per automatizzare verifiche, audit e controlli.
Accanto alla riforma normativa, il Digital Omnibus introduce un elemento che potrebbe fare davvero la differenza per il tessuto produttivo più legato alla data economy: un help desk legale dedicato alle PMI, operativo dal 2025. Sarà il front-office europeo per domande concrete su come applicare il Data Act, su cosa significhi “condivisione dati a condizioni eque”, sulle clausole cloud, e su tutte le aree in cui l’incertezza normativa rischia di scoraggiare l’innovazione. È un’iniziativa pragmatica: non basta scrivere regole più chiare, bisogna anche aiutare le imprese a interpretarle e usarle.
L’altro strumento pratico, sempre connesso al Data Act e alla data economy, è rappresentato dai termini contrattuali modello e dalle clausole cloud standard, pensati per ridurre il costo delle negoziazioni e facilitare lo switching tra fornitori di servizi Cloud.
Per un’azienda di piccole dimensioni, avere un contratto standard già conforme significa togliere dal tavolo settimane di consulenze e revisioni legali.
Il messaggio di fondo del Digital Omnibus è semplice e — almeno nell’opinione di chi scrive — benvenuta: meno burocrazia, più semplicità, più dati disponibili e un ecosistema che non penalizza chi non ha una squadra di DPO, CTO e CISO con reperibilità h24.
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Perché il Digital Euro può essere l’Assistant Regional Manager
Qualche giorno fa discutevo con un amico dell’articolo di Fernando Navarrete Do We Really Need the Digital Euro? (Sì, lo ammetto: parlo davvero di questo tipo di cose con i miei amici).
E proprio chiacchierando, mi sono resa conto che il suo pezzo offre una lettura lucidissima — quasi chirurgica — del dibattito sulla moneta pubblica europea. Così, da brava nerd, me lo sono andata a leggere nella sua interezza e mi è apparso chiaro che il suo non è un rifiuto della proposta. È piuttosto un invito: elegante, sottile, a guardare oltre l’entusiasmo tecnologico e affrontare i nodi strutturali che il progetto porta con sé.
E poi, diciamolo: sono le critiche a far emergere le forze di un’idea. Persino quelle personali non ci aiutano forse a tirare fuori… i cojones?
Oriana Fallaci, davanti a questo fermento concettuale, avrebbe probabilmente sorriso. Lei che ricordava: «La libertà è un dovere prima che un diritto». E nel nostro caso, la libertà digitale — poter pagare, trasferire valore, muoversi con fiducia — è un dovere dell’Europa. Non un regalo, non una gentile concessione. Un compito, quasi un imperativo.
Navarrete (Europarlamentare PPE) riporta l’origine dell’idea di un euro digitale a un momento preciso: un’epoca di disillusione verso il sistema bancario tradizionale e di crescente presenza di attori globali — big tech, stablecoin, reti di pagamento che parlano più americano o asiatico che europeo.
Oggi l’Unione Europea — ricorda — dipende da infrastrutture che non controlla e che rispondono a logiche geopolitiche lontane dal nostro perimetro.
Il Digital Euro non nasce, quindi, come un vezzo futurista. Marinetti può riposare per ora sereno. Nasce perché i pagamenti sono diventati un’infrastruttura critica, al pari dell’energia o delle telecomunicazioni. E allora la domanda è semplice, quasi banale nella sua forza: vogliamo che questa infrastruttura sia nostra o di qualcun altro?
Il mercato europeo dei pagamenti è una vetrina affascinante della “mano invisibile” di Adam Smith: spontanea, innovativa, veloce, comodissima.
Ma, direbbe Smith stesso, quella mano funziona quando gli incentivi dei privati combaciano con il bene comune. Non quando un intero ecosistema dipende da attori con interessi divergenti.
Ed è qui che la critica di Navarrete colpisce nel segno: se affidiamo ogni cosa al mercato, rischiamo una dipendenza strutturale. La mano invisibile può guidare l’efficienza, certo: ma non può garantire sovranità.
Il Digital Euro non è un anti-mercato: è il suo contrappeso naturale. Una condizione necessaria per riportare l’Europa in una posizione di autonomia reale.
Poi arrivano le critiche più serie, quelle che non si possono scacciare con un gesto della mano: un euro digitale al dettaglio potrebbe attirare depositi verso la banca centrale durante periodi turbolenti, rischiando di destabilizzare le banche commerciali. È un rischio? Sì, reale. È un motivo per rinunciare? Assolutamente no.
Le innovazioni sistemiche non si evitano: si governano. Limiti di detenzione solidi, chiari e stabili possono impedire effetti distorsivi, trasformando il Digital Euro in un complemento, non in un sostituto.
E poi — la vera zona sensibile del dibattito — la privacy.
Il documento ricorda che la perdita dell’anonimato del contante è una delle paure più profonde dei cittadini europei. Ed è comprensibile. Ma la soluzione non è rassegnarsi.
La soluzione è progettare una privacy nuova, più matura, fatta di:
pseudonimizzazione avanzata,
accessi ai dati rigidamente circoscritti,
modalità offline realmente private,
una supervisione democratica solida e trasparente.
La funzione offline, in particolare, è quasi poetica: un ritorno alla “tangibilità” del valore, ma in chiave digitale. Un ponte tra passato e futuro. Navarrete è estremamente lucido: il Digital Euro non risolverà tutto. Non trasformerà l’euro in una valuta dominante da un giorno all’altro, non fermerà le criptovalute, non eliminerà la frammentazione dei pagamenti.
Ma può essere — e qui sta la sua bellezza — il fulcro di un ecosistema più ampio, costruito su:
pagamenti istantanei europei, realmente interoperabili;
innovazione privata basata su un denaro commerciale solido;
un offline digitale per resilienza e inclusione;
un wholesale CBDC capace di modernizzare i mercati finanziari;
e sì, il mio sogno personale: un euro digitale come sottostante per stablecoin europee.
Non è una Wunderwaffe. È un’architrave. Oriana Fallaci scriveva: «La libertà non è star sopra un albero, non è neanche un gesto, uno schianto. La libertà è partecipazione.»
E il Digital Euro, nella sua essenza più profonda, è proprio questo: una nuova forma di partecipazione. Alla sovranità, alla sicurezza, al futuro condiviso. Non è un’alternativa al mercato, né il suo antagonista. È il suo punto di equilibrio.
Non è il futuro contro il presente. È il presente che prepara il futuro.
La vera domanda, allora, non è se ci serva un euro digitale. La domanda è: che Europa vogliamo costruire con esso?
Per dirla con The Office: vogliamo essere Assistant Regional Manager oppure Assistant to the Regional Manager?
Se lo progetteremo con la lucidità delle critiche e l’ambizione della visione, il Digital Euro diventerà molto più di una moneta. E, per parafrasare il mio amico: liberiamoci dai riti collettivi, dalle mode del momento, e scegliamo davvero per noi stessi.
Privacy come Jihad
Cosa te ne frega della privacy? Di cosa hai paura? Non serve privacy per essere liberi! Una domanda che ritorna ciclicamente. Un refuso dell’epoca pre-digitale che nasce da un presupposto ormai fossilizzato: l’idea che privacy e libertà appartengano ancora alla logica del mondo analogico.
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Bellissimo pezzo. Ora corro a leggere il documento di Navarrete. Solo una correzione: credo la citazione sulla libertà sia di Gaber, non della Fallaci.